Storia e territorio

Antonio Sciarretta’s Toponymy

Filetto (Camarda-L’Aquila)

Appunti sul paese

Filetto è un piccolo villaggio sito nella circoscrizione di Camarda del comune dell’Aquila. Fino al 1927 faceva parte del comune autonomo di Camarda. Si tratta di un centro agricolo, non più pastorale, il cui dialetto appartiene al gruppo raialese delineato nell’Introduzione.

La storia di Filetto comincia prima dell’incastellamento, allorchè il nome …de Filecto… è citato in documenti a partire dal sec. XII come semplice toponimo. E’ opinione diffusa che il successivo ‘castello’ di Filetto, che partecipò alla fondazione dell’Aquila, dovesse sorgere nei ressi della chiesa di San Crisante.

Tale chiesa, con annesso monastero, dipendeva dall’Abbazia benedettina di Bominaco, ed è già citata agli inizi del sec. XI. Fino al 1706 chiesa parrocchiale fu la cosiddetta Chiesa Vecchia, poco fuori del paese, dedicata a San Giovanni Battista; successivamente a causa del terremoto del 1703, venne trasferita a Sant’Antonio da Padova, eretta alla fine del sec. XVII.

Appunti sul territorio

Il tenimento di Filetto si colloca alla sinistra orografica della valle del Raiale, lasciando a Camarda e Paganica le località di fondovalle ed occupando invece ampi settori montani compresi fra Assergi a nord e Pescomaggiore a sud, e ad est fino alla Fossetta di Paganica, confinando anche con Barisciano.

La montagna di Filetto è caratterizzata da un allineamento principale, formato – da nord a sud – dalle montagne di ròfano (1514 m), del cumbustóne (1465 m) e soprattutto da mónde rùzza (1643 m). Fra le prime due è il valico della forcèlla (1427 m), mentre fra le seconde la ben più importante fórca (1402 m). Al di là di questo allineamento si estende il pianoro di fógno, in passato il ‘giardino’ di Filetto. Si tratta di un bacino chiuso, delimitato a nord da modesti dossi che, lungo il tracciato della strada statale n° 17 bis si saldano alla mole di mónde crìsto (1928 m), la più alta cima del territorio. Dal citato allineamento si staccano, poi, alcune dorsali minori che scendono in direzione dell’abitato, fra le quali i due crinali delle còcce, divisi dal fossàuto, e culminanti con i 1276 m di collàuto il primo, con alcuni cocuzzoli senza nome (1302 m) il secondo. Alle estremità occidentali ed orientali, questa montagna è delimitata dalla valle della fóce e, rispettivamente, dalla parte alta della valle di Filetto la quale, più in basso, riceve la prima e compie un giro completo sotto allo sperone dove sorge il paese, per poi gettare le sue acque nel torrente Raiale presso Camarda. Più a sud, appartiene ancora a Filetto la testata della vàlle fiòcana di Pescomaggiore, che si perde fra i colli nei dintorni di Paganica: lo spartiacque fra i due impluvi passa su di un allineamento che comprende, dai confini di Camarda, il còlle bianghìno (1080 m), la cima della cróce (1124 m), il còlle rotónno (1166 m) e poi il còlle lóngo (1259 m), il còlle ciurrétta (1287 m) ed il còlle quarósa (1304 m), per saldarsi infine al crinale di mónde rùzza.

L’emergenza più rilevante della montagna di Filetto è rappresentata dalla chiesa di San Crisante e Daria, situata a 1202 m su un ripiano naturale dirimpetto all’abitato. Poco più a valle, sono gli insediamenti rupestri di San Crisante, mentre numerosi altri ricoveri si trovano in località casèlle. Nei pressi della fórca, e sotto al paese, inoltre, si possono vedere i resti della chiesetta di Sant’Eusanio e, rispettivamente, della chjèsa vècchja. Fra le sorgenti, meritano particolare attenzione la fónde vècchja, nella valle sotto Filetto, la fónde egliu rùbbio, lungo la recente carrozzabile per fógno, la fonte di cretaròla, a breve distaza dalla statale n° 17 bis, nonché diverse altre in località più appartate o nel fondo della valle di Filetto.

La carta CAI dei sentieri propone diversi itinerari che interessano la montagna di Filetto. Fra questi, una traversata per Assergi, la salita alle cime di ròfano, di mónde rùzza e di mónde crìsto.

La toponomastica

La valle di Filetto
1. Salendo al paese lungo una vecchia sterranta da Camarda, piuttosto che seguendo la più recente carrozzabile (strada provinciale, asfaltata nel 1972), si costeggia per un buon tratto la valle che scorre sotto lo sperone (1088 m) sul quale sorge l’abitato. La prima località che si incontra, sulla destra, è pràto rànne (845 m), un settore di prato umido circondato a monte ed a valle da boscaglia.

2. In direzione del Prato Grande, scende sulla sinistra della valle il breve fosso con la sorgente di vagnatóre de sótto, indicata come F.te Vagnatore sulla cartografia IGM. Il nome deriva dalla voce dialettale per il bagno degli animali, dalla quale anche il toponimo Bagnaturo (Aq). E’ interessante notare che una seconda fonte, situata più a monte nella stessa valle, è detta vagnatóre de sópra, mentre le carte IGM riportano una versione diversa dalla precedente, Sorg.te Vagnadaro, completamente svisata.

3. In corrispondenza della località rinìccio, posta sulla destra orografica del fosso, la sterrata abbandona il fondovalle per risalire, con alcuni tornanti, la costa che regge l’abitato. Nella citata contrada sono segnalate alcune casette (860 m) sulla cartografia IGM, mentre il nome, non riportato, deriva dalla rena presente nella zona, dove forse si trovava una cava.

4. Seguendo la sterrata che sale da Camarda, al primo tornante (verso sinistra), si può deviare lungo l’impluvio della màll’accettóne, seguendo un antico sentierino che poi sale a svolte ricongiungendosi alla carrozzabile. Il nome della valle è riportato come Malle Cettone sulla cartografia IGM, ma appare più corretta la dizione dialettale, la quale presuppone una derivazione del toponimo da accetta, cioè, come per altri toponimi analoghi, da un antico taglio del bosco per la messa a coltura od il pascolo.

5. La costa sotto la provinciale, alla testata di Valle Accettone, è detta macerìna rànna, da un termine macera che indica i cumuli di pietre ottenute dal dissodamento di un terreno, ma anche, alquanto impropriamente, i muretti realizzati con tali pietre. La seconda parte del toponimo è, ovviamente, l’aggettivo grande.

6. Più in basso, si trova la località fiétta nìngue, un ripido fosso sotto al paese che confluisce nella Valle Accettone. Il toponimo deve essere alquanto antico, derivando dal fitonimo collettivo latino filectum ‘felceto’, a sua volta da filex, -icis ‘felce’ (attraverso la palatalizzazione della liquida), e da esso prende il nome l’insediamento di Filetto, visto che tale nome, prima di indicare il castrum, è attestato in origine come coronimo. Quanto al termine nìngue, esso formalmente appare riconducibile al verbo dialettale per ‘nevicare’, ma il senso del composto non è affatto chiaro.

7. Continuando lungo la sterrata, dopo la foce della Valle Accettone si sale con un paio di svelti tornanti alla contrada di fónde spógna, caratterizzata dalla presenza dell’omonima sorgente, riportata sulla cartografia IGM come F.te Spugna. L’origine del toponimo sta nella caratteristica del sito: in tale località si scaricano le acque provenienti da sorgenti sotto il paese, ed in passato tale acqua era usata per lavare e per gli usi domestici.

8. Una seconda sorgente si trova un po’ più in basso, ed è la fónde mazzèlla, anch’essa riportata nelle carte, ma senza nome. Il fosso che scende in questa contrada è detto pisciaréglio: si tratta di un esile rio, stando al nome, il quale allude ad uno stillicidio d’acqua (dal verbo pisciare) piuttosto che ad una portata cospicua.

9. La sterrata seguita fin ora termina alla periferia ovest del paese, lambendo nell’ultimo tratto le pratùcce, che saranno delle piccole porzioni di pascolo (qui il termine prato andrà interpretato in tal senso, piuttosto che in quello di ‘prato umido’).

10. Appena ad ovest dell’abitato, invece, il pendio degrada con il fornàle. Deve trattarsi di una località piuttosto calda, dato che i toponimi del tipo forno (in questo si trova una estensione in -ale) sono per lo più traslati geografici, e non indicano necessariamente la presenza di, ad esempio, un forno per la calcinazione delle pietre, o di una fucina metallurgica.

11. Dal lato nord, Filetto si regge sulla costa dello schjóppo, la quale si affaccia sulla valle in direzione del Bagnatore di sopra. Quanto al nome, esso appare una metatesi di scóppio, che a sua volta rifletto una voce latina scopulus ‘scoglio’, a sua volta imprestito dal greco. Va notato che dalla stessa voce deriva anche il nome di Scoppito (Aq).

12. Completando il giro dell’abitato, si osserva che dalle case all’angolo nordest del paese si scende con una strada bianca in traverso alla valle di Filetto, che ora si dispone in direzione nord-sud. Tagliando le còste sànde, si perviene ai ruderi della chjèsa vècchja, seminascosti dalla vegetazione sotto il paese. Si noti come l’aggettivo santo venga di solito usato per definire una località con riferimento, come in questo caso, alla presenza di una chiesa. Inoltre, va ricordato che nei pressi della chiesa vi è anche l’edicola mariana della madonnèlla.

13. Il pendio ad est dell’abitato, infine, lungo il quale si scende con una sassosa stradina direttamente alla madonnèlla, è detto còlle vignàno, un toponimo che deriva dal personale latino Vinius, attraverso una formazione prediale, col tipico suffisso -anus.

La montagna di Rofano
14. La montagna che segna il confine fra i tenimenti di Filetto e di Assergi è ròfano, culminante con un ampio tavoltato alla quota massima di 1514 m. Il toponimo riportato sulla cartografia IGM, Cime Monte Rofano, si riferisce proprio alla vetta, mentre M. Ròfano è il punto trigonometrico a 1479 m, su uno sperone a sudovest della cima, affacciata su Filetto. Il nome della montagna, che anche ad Assergi è chiamata ròfënë, riflette la voce dialettale per indicare lo ‘spinacio selvatico’.

15. Alla cima di Rofano si sale da Filetto seguendo un itinerario di grande valore storico-architettonico, che ha il pregio di toccare l’importante chiesa di San Crisante e Daria (1202 m). Dal paese, occorre scendere all’edicola mariana della madonnèlla, nei pressi della quale è il freschissimo fontanile derivato dalla fónde vècchja la quale, come conferma la cartografia IGM, si trovava un poco più a monte nella stessa valle di Filetto.

16. Dalla fonte, occorre seguire un sentiero che, guadata la valle, entra nell’angusto valloncello della fóce, e lo risale per un breve tratto, non potendosi proseguire oltre per via della fitta vegetazione. Il nome di questo fosso riprende il tipo toponimico foce, che si applica spesso a forre – famosa è quella presso Celano (Aq) -, ma designa anche lo sbocco di un vallone al piano, in collina, ecc.

17. Evitando di entrare in una degradata pineta di rimboschimento, si risale ora sul costone a nord della valle, pervendendo al complesso di grotte e ricoveri naturali noto col nome le rótti de sàndi risàndi (‘le grotte di San Crisante’).

18. Questo luogo, a quota 1072 m, costituisce un punto nodale fra la strada che sale a Rofano ed altre due vecchie mulattiere, volte a raggiungere il vicino fosso della Foce. Il nome della località, tréo, può infatti derivare da un latino trivium ‘trivio, incrocio di tre vie’, e si confronta con analoga designazione in tenimento di Rocca di Cambio (Aq). Tale toponimo è forse citato in atti di compravendita del sec. XV come trigliu.

19. Proseguendo verso la cima di Rofano lungo l’itinerario segnalato sulla carta CAI, prima di giungere alla chiesa di San Crisante e Daria, occorre guadare un fosso (1119 m), caratterizzato da diversi sbarramenti, al cosiddetto malepàsso. Va ricordato che il tipo passo indica in toponomastica proprio il ‘guado’, o un ‘passaggio’ fra rocce. Il significato dell’italiano ‘passo’ è, invece, sconosciuto alla nomnclatura geografica dialettale, che utilizza in tal caso sella, guado, forca, portella, ecc.

20. Appena sopra il guado, si impiana sulla nuda crestina delle piàe che costituisce un’appendice protesa verso ovest della montagna di Rofano. La cima è in direzione ovest, a quota 1149 m, ma il toponimo si riferirà ad uno dei due versanti, entrambi incolti, giacché riflette il latino plagia ‘pendio, fianco di monte’. Le carte IGM hanno il toponimo le Piave, ma la resa in italiano sarebbe piuttosto Piagge.

21. Il costone meridionale delle piàe è risalito dal sentierino delle tasciòle, che parte nei pressi del Bagnatore di sopra, così chiamato dal nome dialettale della ‘talpa’, per via della presenza di tane di questo animale. Più ad ovest, si trova una zona in passato coltivata, per la quale le carte IGM segnano alcune casette. Si tratta della località detta u cerréto, perché in origine era ricoperta da un bosco di cerri, prima che questo venisse tagliato per permetterne il dissodamento.

22. Dalla cima della cresta delle piàe, si può salire in breve alla chiesa di San Crisante e Daria, tenendo sulla destra il fosso guadato al malepàsso. In alternativa, la carta CAI suggerisce un secondo itinerario, oltre a quello che sale a Rofano. Si tratta di una traversata a mezza costa che arriva ad Assergi, toccando dapprima la sorgente di fónde acquatìna, che oggi è la presa dell’acquedotto di Filetto. Quanto al nome, riportato sulla cartografia IGM come F.te Acquatina, si tratta di un diffuso diminutivo di acquata, pp. con valore intensivo di acqua, che si confronta con analoghe designazioni, ad esempio nella vicina Aragno.

23. Proseguendo lungo la traversata per Assergi, si passa a monte del cocuzzolo (1205 m) che, per la sua forma, è stato battezzato castellàno, come indica anche la cartografia IGM (Castellano). Ancora oltre, si guada un secondo fosso, quello dell’àcqua egliu fào, ossia l’acqua del faggio’, nome che allude ad una antica faggeta, della quale, però, resta ben poco. Qui confluiscono due impluvi minori, in mezzo ai quali si trova la contrada di màcchja làta. Questo nome, riprodotto tal quale sulle carte IGM, è in effetti formato dall’appellativo macchia ‘boscaglia’ e dall’aggettivo latino latus ‘largo’, con riflessi solo in toponomastica e specialmente in area aquilana. I coltivi dell’àlia tése, anch’essi situati nella zona, portano invece un nome alquanto oscuro.

24. L’ultima località in tenimento di Filetto, prima della pineta di Assergi, è il nudo crinale delle vène egliu péschjo. Tale nome non è riportato sulle carte, ma si compone della voce vena che, come in italiano, ha il valore di ‘fascia rocciosa dalla quale stilla acqua’ e ‘cava mineraria’, e dal termine peschio, di origine italica, che designa un macigno.

25. Dalla chiesa di San Crisante e Daria (1202 m), si sale alla cima di Rofano dirigendosi dapprima verso la fónde cistèrna (1242 m), dalla quale viene l’acquedotto di Filetto, senza nome sulla cartografia IGM. Più oltre, occorre rimontare e poi tagliare a mezza costa gli accidentati pendii dei marróni, presso i quali doveva sussistere in passato un castagneto, visto che marrone è voce sinonima di ‘castagno’. Una breve salita ai dossi sommitali conclude il sentiero.

26. Le pendici meridionali della montagna di Rofano sono solcate da numerosi valloni, fra i quali spicca la vàlle faràglia, che più in basso confluiscono nella forra della Foce. L’appellativo faràglia sarà un derivato di fara, voce di origine longobarda che designava in origine l’insediamento riservato a membri di tale stirpe, poi anche, più genericamente, ‘piccolo podere rurale’, con un suffisso -alia dal valore collettivo, con connotazioni spregiative. E’ però da notare che Faraglia è anche un cognome diffuso in passato a Filetto.

27. Ad est della Valle Faraglia scende il crinale di muccìttu, sul quale si trovano alcuni vecchi coltivi. Il nome è riportato sulla cartografia IGM nella versione Mocitto, ma l’origine va ricercata nell’appellativo voceto che indica il ‘pascolo’, attraverso una falsa intrpretazione del suffisso -eto come diminutivo -etto, ed il frequente scambio di m-/v- in posizione iniziale.

La montagna delle Cocce
28. Dirimpetto all’abitato, in direzione est oltre il solco della valle di Filetto, si innalza una fascia di media montagna, costituita da due crinali culminanti con complicati allineamenti di cocuzzoli, nota complessivamente con il nome le còcce. Il più alto di questi cocuzzoli svetta a quota 1302 m sul crinale meridionale, trovandosi piuttosto arretrato, mentre affacciati sul paese sono elevazioni di più modesta entità, ma chiaramente visibili e pertanto distinte con un nome specifico. Quanto all’appellativo coccia, esso notoriamente vale ‘testa’, ed in toponomastica è usato per designare sommità tondeggianti. Da notare che l’insellatura (1250 m ca.) che separa a monte il crinale settentrionale da quello meridionale è detta càpo le còcce, con la preposizione capo nel senso di ‘in cima a’.

29. Oggidì la via per rimontare la montagna delle Cocce, fino a raggiungere il pianoro di Fogno e la statale n° 17 bis, è una recente carrozzabile di circa 6 km. Si esce da Filetto trascurando la ripida discesa per la Fonte Vecchia e toccando la contrada di calicatóre, caratterizzata da un grosso recinto di pietre a secco. Tale toponimo è formalmente derivato da un verbo *calicà, che rifletterà l’azione della ‘calcinazione’ delle pietre. Si tratta, quindi, di una calcara.

30. A quota 1066 m, si incontra un bivio con una sterrata che scende dentro alla parte alta della valle di Filetto, indicata da un recente segnavia. Questa strada va poi a guadare la valle, compiendo la cosiddetta vòta, ossia la ‘svolta’, prima di continuare come sterrata a mezza costa sotto la boscaglia di Ranieri.

31. Si entra così nello stretto vallóne de pasqualàccio, tributario della valle di Filetto, che si risale trovando un secondo bivio con la sterrata che pure ha come meta la Forca di Sant’Eusanio. Con un tornante, si aggira un cocuzzolo, impianando appena sopra la fónde bèlla (1100 m), una sorgente dal nome trasparente, riportata sulla cartografia IGM. In breve, si giunge ad un secondo fontanile, sito lungo la strada, che sostiuisce la vecchia fónde egliu rùbbio (1193 m), la quale si trovava a poca distanza, entro una valletta. La voce rubbio, che specifica tale toponimo, è una misura agraria.

32. Nel fosso situato fra le due sorgenti, si trova una fascia di dirupi detta péschi pési, perché gli spuntoni (peschio) sembrano ‘pendere’ dall’alto a chi transitava lungo la vecchia mulattiera di fondovalle. Sulla destra orografica, più in alto, si trova la località cesóne. Si tratta di una boscaglia cedua, come suggerisce il toponimo, visto che la voce cesa può avere anche questo significato, con riferimento al taglio periodico delle piante, oltre a quello, più conosciuto, di ‘debbio, tagliata’.

33. Proseguendo lungo la carrozzabile oltre la Fonte del Rubbio, si compiono alcuni giri, costeggiando dei muretti a secco nella contrada seminativa, ancora molto frequentata data la sua vicinanza alla strada, della ròla, prima di giungere all’insellatura di Capo le Cocce. Il nome rola, formalmente, può essere interpretato tanto come diminutivo (suffisso -ola) di area ‘aia’, nel senso traslato di ‘spiazzo’, quanto di hara ‘porcile’. Ma la conformazione del luogo fa propendere per la prima ipotesi, anche perché il più diffuso riflesso di hara è la voce rolla, la quale presenta un diverso suffisso diminutivo.

34. Il crinale settentrionale della montagna delle Cocce si innalza già dietro la Fonte Vecchia, con il costone della chjùsa, sul quale sono segnalati diversi sgrottamenti (1154 m). Il tipo toponimico chiusa, presente anche nella vicina Assergi (Aq), indica quel crinale che ‘chiude, serra’ una valle; in questo caso, ovviamente, si tratta della valle di Filetto.

35. A monte della Chiusa, il crinale si fa meno pendente, con la spianata rimboschita a pino della sélva de mémmi. Tale nome fa riferimento ad una preesistente boscaglia (italiano selva, latino silva), mentre l’appellativo richiama un cognome locale, Memmi. E’ curioso, invece, l’adattamento del toponimo che si può trovare sulla cartografia IGM, Selevamemme.

36. La cimata del crinale più settentrionale delle Cocce culmina con la quota 1276 m di collàuto, senza nome sulle carte IGM. Il nome è trasparente, ‘colle alto’, e forse così appare visto da Filetto, rispetto ai colli vicini che, benché effetivamente più elevati, sono collocati in posizione piuttosto arretrata. La contrada retrostante la cimetta è detta rète collàuto. Il toponimo è presente nel già citato atto di compravendita del sec. XV, come capo lucollauto.

37. Il crinale meridionale delle Cocce è diviso dal settentrionale dall’impluvio del fossàuto, tributario della valle di Filetto (è proprio in contrapposizione a questa, che nel citato toponimo si trova l’aggettivo alto), nonché dall’avvallamento di ceràscio, una zona di passaggio, improduttiva, così chiamata dalla presenza di qualche pianta di ciliegio (latino cerasus). Il cocuzzolo dei raniéri (1184 m), estremo margine di un’allungato terrazzo, spicca su questo lato della montagna. Il toponimo è riportato anche sulla cartografia IGM, come Ranieri, ed effettivamente sembra riflettere tale personale medievale.

La montagna del Compistone
38. Sull’allineamento che chiude a sudovest il piano di Fogno, dopo la cima di Rofano viene la propaggine del cumbustóne, che si eleva a 1465 m, ed è parzialmente rimboschita sul lato ovest. La montagna è indicata come M. del Compustone sulla cartografia IGM, ed in effetti la designazione riflette un raro appellativo compistone, che indica un ‘ammasso di pietre’, foneticamente attraverso assimilazione delle vocali protoniche. L’appellativo si trova nella toponomastica dell’Appennino Centrale anche nella variante primitiva compisto e, se risultasse formato da un prefisso intensivo cum-, anche nella versione aprefissata pisto. Ad esempio, a Lucoli (Aq), si trova il toponimo pìsti cangégli, ma questo è interpretato dalla cartografia IGM come variante locale di Peschi Cancelli. D’altronde, il valore lessicale di pisto (o compisto) e di peschio risultano non molto diversi.

39. La sella che divide la montagna del Compistone da quella di Rofano è la forcèlla (1427 m), senza nome sulla cartografia IGM. Il termine geografico forca ‘intaglio (a forma di V)’ è usato con suffisso diminutivo per distinguere tale valico da quello più importante della fórca (1402 m), che si apre fra il Compistone e Monte Ruzza. Dalla Forcella ha inoltre origine un lungo ed isolato vallone che è detto di fórcia andìca, perché seguito dalla mulattiera che andava a Fogno svalicando proprio alla Forchetta, itinerario che deve essere più antico rispetto a quello, ora ripreso dalla carrozzabile, che guadava a càpo la fórca. Quanto al nome fórcia, esso deriverà da un aggettivo sostantivato, *furceus, da furca.

40. Il versante meridionale del Compistone è attraversato dalla carrozzabile proveniente da Filetto che sale a Fogno per il valico di Capo la Forca. Seguendola oltre l’insellatura di Capo le Cocce, si transita attraverso le cosiddette prète strétte, ossia ‘pietre strette’, il passaggio fra le rocce che permette di scavalcare le Cocce, pervenendo in zona più aperta e pianeggiante. Qui si incontra il ripóso, uno stazzo per gli animali (sulle carte è segnata a quota 1275 m una costruzione), sito in posizione ‘strategica’ prima della salita verso Fogno.

41. Con un tortuoso giro sul versante meridionale del Compistone, si attraversa una località ricca di sgrottamenti e ricoveri in pietra a secco visibili anche lungo la strada, la quale viene indicata sulla cartografia IGM come Caselle. Il toponimo casèlle è noto anche ai locali di Filetto e denota la presenza di ricoveri temporanei nella zona. Il latino medievale casella, infatti, indica una costruzione rurale misera, una ‘casupola’.

42. Si giunge così in breve al valico di càpo la fórca (1402 m), oltre il quale si estende la piana di Fogno. A breve distanza dal valico stradale, sulla destra, ci sono i ruderi della chiesa di Sant’Eusanio (sandusànio in dialetto), con un vicino capanno (1399 m).

La regione di Fogno
43. Il bacino carsico intermontano del piàno de fógno si estende per buona parte in territorio di Filetto, da dove si sale ad entrambi gli accessi. La piana era in passato completamente coltivata e utilizzata per il pascolo dei bovini, e ritenuta dai locali ‘il giardino’ di Filetto. La toponomastica dialettale distingue fra péi fógno, la parte bassa, ‘da piedi’, e càpo fógno, la parte alta, ‘da capo’, culminante con la soglia (1434 m) che divide la regione dall’altro pianoro di fugnétto, appartenente a Barisciano (dove però è ancora detto ru fógnë), sulla quale transita una recente pista. Inoltre, càpo fógno è anche il costone a nord della piana, con un nudo cimone alto 1625 m. La cartografia IGM riporta, invece, il toponimo Prato Fonno per la piana, oltre a Capo Fugno e Fugnetto. In realtà, tutti i toponimi citati derivano dall’aggettivo fogno ‘molle’, detto di terreno. Come noto, a Barisciano e, originariamente, anche a Filetto, la metafonia da -u non agisce sulle vocali medie chiuse, per cui la ó rimane inalterata. Nel dialetto più recente di Filetto, ‘aquilanizzato’, il nome della località tende, invece, ad essere fùgnu, che coincide con la versione ‘ufficiale’ del toponimo, riportata sulla cartografia ed anche sulla segnaletica stradale.

44. Ai margini occidentali della piana (1386 m), sulle pendici di Rofano, si trova una località che costituiva la meta della via di Forcia Antica, che svalicava alla Forchetta per raggiungere in breve la carecàra. Si tratta di una ‘calcaia’ (latino calcaria, da calx, calcis ‘calce’), un posto, cioè, dove si cavavano le pietre per la calcinazione.

45. L’altra via che proveniva da Filetto è ora stata sostituita dalla carrozzabile che, dalla Forca, compie un ampio giro per evitare il fondo della piana. Dopo aver toccando la fonte dei pandàni (sulla cartografia IGM F.te Pantani), la strada passa accanto ad una stalla, poi evita il Lago di Filetto, uno stagno verdeggiante, e lambisce un grosso casale. Nei pressi, sbuca quella che un tempo era la via di salita verso Monte Cristo, la cui prima parte è detta di prète castàgne, presupponendo la presenza di un castagneto residuale nella zona. Ed è ancora significativo il toponimo màcchja martinèlla che si riferisce ad altra località lungo la stessa via, ormai sotto la strada statale, dove non pare rimasto nulla della macchia originaria.

46. La strada asfaltata va a ricongiungersi con la statale imboccando la vàlle zénghera, il cui nome deriverà da un soprannome locale, anche cognome Zingaro. Sulla sinistra, tiene il cocuzzolo dei nìbbi (1458 m), corrispondente al C.le del Nibbio della cartografia IGM. L’appellativo nibbio è una delle tante varianti del nome del ‘ginepro’, latino juniperus.

47. Guadagnando la strada statale n° 17 bis in corrispondenza del bivio per il complesso sciistico di Monte Cristo, la si percorre tagliando le ripidi pendici delle còsta rànna, la ‘costa’ grande per eccellenza, che quindi non ha nulla a che vedere con il biblico Costa Aronna riportato sulla cartografia IGM.

48. Dopo circa 1 km, comincia una serie di tornanti, che costeggiano un vecchio itinerario, ancora vivo nella memoria dei paesani, che proveniva dalla piana di Fogno, lungo il quale si trovano due grosse mandre, ossia recinti per gli animali costruiti con pietre a secco. In basso c’è il mandróne (1431 m), con vicino una costruzione, mentre più a monte si trova l’àccio egliu lùpe. La voce iaccio, che indica lo ‘stazzo’ in numerosi dialetti, qui nella variante fonetica àccio, deriva, come è noto, dal verbo latino iacere.

49. Proseguendo lungo la statale, si attraversa a quota 1577 m una sella dove in passato transitava la mulattiera della micciùna. Questo nome dialettale pare essere stato ripreso dalla cartografia IGM come V. Maccione, ma esso deriva piuttosto da un fitonimo miccia. Nella cartografia storica (Marzolla, Rizzi Zannoni), è presente invece il toponimo Lamaccione, che appare un derivato di lama ‘frana’: da esso potrebbe derivare il nome ufficiale.

50. Lungo la cresta a nord della citata sella, si trova l’àccio egli jànni biànghi, uno stazzo che prende il nome dal proprietario, tale ‘Giovanni (Ianni) Bianchi’, al plurale forse per indicarne la famiglia. La cartografia IGM ha ripreso questo toponimo, applicandolo alla cimetta alta 1653 m, che costituisce la massima elevazione di questa cresta.

Monte Cristo
51. Al tenimento di Filetto appartiene anche una porzione della grossa cupola di mónde crìsto (1928 m), per il resto pertinenza di Assergi e Paganica. Il suo versante meridionale è solcato dal lungo vallone delle macchjòle, ben noto agli sci-escursionisti, indicato come V.ne Macchiole sulla cartografia IGM. Oggi i costoni ai lati della valle appaiono nudi, ma in passato dovevano essere ricoperte da rada boscaglia, da cui la designazione, che riflette il latino macula, in origine ‘macchia’.

52. Nel vallone, a quota 1500 m, si trova la fonte di cretaròla, toccata da una sterrata che sale dalla strada statale. Il nome della sorgente deriva dal tipo di terreno, essendo diminutivo (suffisso -ola) di un appellativo cretaro/-a, a sua volta collettivo di creta. Ma il nome ‘ufficiale’, riportato sulla carta CAI, è F.te di Pietra Guardia, il quale dipende dal toponimo dialettale prèta guàrdia, che designa il cocuzzolo (1612 m) che domina la fonte. Questo toponimo presenta, oltre a preta, variante metatetica di petra, l’appellativo di origine longobarda o, più probabilmente, gotica, guardia, che allude in origine ad un ‘posto di guardia’, per poi indicare delle località poste in sito sopraelevato.

53. Nei pressi della fonte di Cretarola, nel vallone delle Macchiole confluisce la più breve vallattóne, senza nome sulla cartografia IGM che però riporta il toponimo Costa Vallattone, applicato al versante sudoccidentale di Monte Cristo. Il nome in questione è composto da valle e da un personale di origine germanica (longobarda), Atto, o forse Azzo, quest’ultimo con varie attestazioni in epoca medievale.

54. Alle pendici del cocuzzolo di Pietra Guardia, si estendono le còste egliu pópulo, tagliate dalla strada che conduce al complesso sciistico di Monte Cristo. Il nome è riportato sulla cartografia IGM, come Coste del Popolo, ed è formato dal nome geografico costa, ‘pendio’, e dal fitonimo popolo, rifletto del latino populus ‘pioppo’.

Il Colle Quarosa
55. Seguendo la strada carrozzabile per Fogno, dopo circa 1 km dal paese, si incontra sulla destra un bivio con una strada bianca che pure ha come meta la Forca di Sant’Eusanio. Tale strada entra decisamente nella vàlle elle péra, la quale è così detta con riferimento a qualche pianta di pero ivi presente, e tale nome è pure riportato sulla cartografia IGM, come Valle le Pere.

56. Sulla destra di chi sale lungo la strada bianca, si hanno dapprima le pendici del còlle elle cìtole (1133 m), un modesto dosso che prende il nome dall’appellativo dialettale per ‘coccinella’. Quindi si lambisce il muraglióne (1112 m), oltre il quale si trova la contrada di nóce fùra, il cui nome indicherebbe un boschetto di noci, mentre l’aggettivo fura equivale a ‘ladra’, e si confronta con alcuni toponimi registrati a Pescomaggiore e Picenze, che farebbero pensare a vie frequentate da bringanti, se non indica un animale.

57. Alla testata della Valle delle Pere, la strada compie un ampio giro, per poi risalire più decisamente lungo la valletta dello spìno, caratterizzata da cespugliame spinoso, ancora in direzione sudest. Sulla sinistra si ha ora il crinale di cólle lóngo, formato da diverse elevazioni attorno ai 1260 m, dietro il quale si trova una vallecola con la fónde mecóne, chiamata a partire dal nome del proprietario di qualche podere nei dintorni.

58. Proseguendo lungo la strada, si affronta un lungo rettifilo in piano, toccando la località delle màndre egliu vézzo, dove si troverà qualche recinto di pietre a secco, chiamato mandra da una voce greca passata nel latino. La specifica vezzo è il nome del ‘capro, becco’. Il nome della piana è, per i locali di Pescomaggiore, ju pràto, dal quale dipende la designazione IGM M. del Prato, riferito ad un cocuzzolo poco più a sud.

59. Al termine del tratto pianeggiante, si incontrano alcune casette in corrispondenza di un doppio bivio con strade campestri riguardanti i territori di Barisciano e Pescomaggiore. La località è quella delle camèrle, e presenta un nome di aspetto assai antico, per il quale si può ipotizzare una derivazione, magari attraverso una voce del lessico *camelle, dal tema *cam- di origine prelatina, che probabilmente è alla base di toponimi quali Camarda (Aq), Camicia, Pietracamela (Te) ecc. Un significato ipotizzato, ma affatto sicuro, per tale base sarebbe quello di ‘cespuglio’, mentre per il lessico va citata la voce cama ‘pula del grano’.

60. In cima alle Camerle, svetta il cocuzzolo di còlle ciurrétta (1287 m), a confine con Barisciano. Il nome, riportato sulla cartografia IGM come C.le Ciurretta, dipende dalla voce ciurro ‘pelo, ciocca’, che si riferirà al cespugliame sulla sommità del colle.

61. Lungo il crinale settentrionale della cima del Colle Ciurretta, si trova un ripiano (1243 m), sul quale la cartografia IGM segnala la presenza di una casetta. Si tratta della località di schjazzéto, toponimo adattato come Schiarzeto sulle carte, mentre l’origine del nome è una formazione collettiva (suffisso -eto) dalla voce schiazza che indica uno ‘spiazzo’, o una ‘radura’.

62. Dopo aver percorso le pendici del Colle Ciurretta, la strada bianca lambisce alcune casette alla pendici della lunga vàlle pingióne, che più a valle confluisce nella valle di Filetto. Quanto al toponimo, appare composto da valle e da un appellativo che deriva da pencio ‘coppo, tegola’, usato come traslato geografico.

63. Si passa ora sotto la maggiore elevazione della zona, il còlle quarósa (1304 m), attorniato da diversi dossi di minore entità. Il toponimo, riportato anche dall’IGM come C.le Quarosa, non ha confronti noti in ambito appenninico centrale, ed è pertanto da ritenersi oscuro.

Monte Ruzza
64. Proseguendo sulla strada bianca che, con ampio giro, si dirige verso Fogno, si trova una breve discesa verso l’avvallamento che si apre fra il cocuzzolo di Colle Quarosa e i ripidi bastioni meridionali del grande mónde rùzza (1643 m). Tale montagna si estende formando una lunga catena allineata in senso nordovest-sudest, costituita da diverse cime, sulla più alta delle quali passa il confine fra Filetto e Barisciano. Quanto al toponimo, esso coincide con la versione ‘ufficiale’, riportata sulla cartografia IGM, M. Ruzza, ed è formalmente coincidente con il nome dialettale della ‘ruggine’, dal quale potrebbe dipendere per via della presenza di minerali di color rossastro (bauxite). In alternativa, potrebbe trattarsi di un riflesso della voce latina raudus ‘incolto’, da cui anche l’italiano rozzo. Qualche coltivo in effetti esisteva in passato, ma solo ai piedi dei compatti bastioni che reggono la cimata, nella località detta pèe rùzza (IGM Piede Ruzza).

65. Salendo lungo la strada bianca, si tagliano in diagonale le pendici di Monte Ruzza, percorrendo la contrada incolta dei sanégli. Tale nome ha origine dall’aggettivo sano, detto di terreno, in contrapposizione a rotto, che indica una terra ‘lavorata’ con l’aratro, esprimendo in tal modo il contrasto fra tale località ed i coltivi di Piedi Ruzza.

66. A questo punto, sulla sinistra, si incontra una importante mulattiera che proviene dalla zona di Fonte Bella ed, in definitiva, dal paese, detta con nome caratteristico ed esplicativo peàta ella mùla. Lungo tale via si trova la contrada seminativa dell’ulimàccio, chiamata Olimaccio sulle carte IGM. In effetti, il nome è un derivato (suffisso accrescitivo -accio) di olmo, che forse era la varietà arborea presente in zona prima del disboscamento che ne permise la coltivazione.

67. Più defilata è la località detta vàstro valendìno, una designazione che non può che risultare dall’incrocio della voce toponimica vasto ‘luogo incolto’, dal latino medievale guastus, di origine germanica, con un appellativo mastro che si riferisce al secondo termine, valendìno, interpretato come nome, ‘Valentino’. Più probabilmente, si tratta di un personale Valente, *Valentus, aggettivato tramite il suffisso -ino.

68. Un solco vallivo che ha origine ai margini della contrada di ulimàccio si getta più sotto nell’alta valle di Filetto. Si tratta del vallóne rotèlla, che trae il nome da un diffuso diminutivo di rota ‘ruota’, il cui valore semantico è però piuttosto oscuro. Un secondo impluvio è quello di cupào, situato poco più a sud, il cui nome deriva dalla voce cupo, sia aggettivo che sostantivo, che designa avvallamenti incassati, secondo uno sviluppo fonetico non del tutto chiaro. Nei pressi, si troverebbero, secondo quanto affermato dai locali, le rótte ello pàne, non segnate sulla cartografia IGM, e delle quali nulla si sa.

69. Tornando a descrivere le località alle pendici di Monte Ruzza, fra la carrozzabile e la strada bianca che vanno entrambe a Fogno, si trova ora il pianoro delle màndre tózze, che corrisponde alle Mandre Tozzi della cartografia IGM. Il termine mandra, va ricordato, indica dei recinti fatti con pietre a secco, mentre il secondo termine può essere tanto un aggettivo quanto, come suggerisce la versione ‘ufficiale’, un cognome locale.

70. All’estremità del pianoro, si passa a monte della località del pézzo egliu baróne, che ricorda la proprietà fondiaria della zona, prima della salita finale al valico di Capo la Forca.

Last modified: May 22, 2004.
by Antonio Sciarretta
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