Angelo Semeraro e San Crisante

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Per gentile concessione di Raffaele Alloggia
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“Tra Semeraro e i contadini paganichesi si era creato un forte connubio che ha consentito che i reperti non andassero dispersi ma, cosa ancor più interessante, essendo nel cartellino d’ogni reperto riportati oltre ai dati anagrafici del contadino, l’anno e il luogo del ritrovamento, di fatto ha dato possibilità di mettere in mappa i numerosi siti nel territorio. Negli anni 60, dopo aver segnalato all’Intendenza dei Beni Culturali dell’Aquila il completo abbandono della chiesa di San Crisante e Daria in Filetto, s’impegnò affinché venissero recuperati e messi in sicurezza nel museo del Castello Spagnolo all’Aquila, gli affreschi databili inizio XIII secolo. Prima di morire, Semeraro decise di donare la “Collezione di Reperti Archeologici” e i libri della sua biblioteca, ai cittadini della X Circoscrizione.”
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Angelo Semeraro: Poeta, Scrittore e Archeologo di Raffaele Alloggia

Avevo da sempre saputo, con un po’ d’orgoglio, che Angelo Semeraro fosse un poeta paganichese doc, anche perché così dicevano a Paganica i tanti che lo conoscevano. Personalmente, ricordo che durante gli anni 70-80, spesso lo incontravo mentre saliva verso il rione Colle, dove s’intratteneva per ore e ore con le persone anziane sedute sui gradini delle proprie case in Via del Caldarello, dove lui abitava in gioventù. Poi, quando dopo il sisma del 6 aprile m’interessai più da vicino al personaggio, scoprii che era nato a Sulmona. Ci rimasi un po’ male, come se avesse perduto improvvisamente un po’della sua appartenenza alla nostra comunità.
Così scrissi all’anagrafe del Comune di Sulmona per avere dati certi. Dopo un mese circa, mi si rispose che in relazione alla mia richiesta di documenti su Angelo Semeraro, visti gli indici decennali di nascita, “non risulta alcun atto relativo al nominativo in oggetto”. La prima cosa che mi venne in mente, e che speravo, fu quella che avessero sbagliato il luogo di nascita.

Spostai così le ricerche all’archivio dell’ex comune di Paganica, dalle quali emerse che l’identità di Angelo, fino all’età di venticinque anni, risultava essere quella di Cacio Angelo Nicola.

Questa la spiegazione: nei primi anni del Novecento arrivò a Paganica, quale venditore ambulante di stoffe, Francesco Semeraro, il quale, conosciuta la giovane Annina Cacio se ne innamorò e dal loro rapporto la giovane rimase incinta. Si può immaginare il clamore che fece a quei tempi nel paese la vicenda, e per di più il suo compagno era già sposato con Maria Polito a Massafra di Taranto, suo paese natale, anche se da tempo l’aveva abbandonata! Decisero così di trasferirsi a Sulmona, in via Panfilo Serafini, dove nel giugno del 1906 nacque Angelo e non riconoscendo le leggi dell’epoca la legittimità del neonato a chi era già sposato, il bambino acquisì il cognome della madre.

I due non trovavano pace. A solo pochi mesi di vita, Angelo fu rapito dagli zingari, ritrovato poi, in modo rocambolesco, come lui stesso racconterà in uno dei suoi libri. Fu allora che Annina, donna molto risoluta, decise di ritornare con il compagno a Paganica e affrontare la nuova vita, certa del suo amore. Difatti, dopo qualche anno, nel 1910, nacque a Paganica la secondogenita Annunziata Paola. Nel 1915 Angelo rimase molto impressionato dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Così, a soli 9 anni, scrisse una poesia che entusiasmò la sua insegnante tanto da farla imparare a memoria agli alunni della sua classe, in tal modo dando il primo riconoscimento a chi più tardi avrebbe raggiunto ben altri traguardi.

Nel 1926 Angelo si arruola alla Legione Reale dei Carabinieri di Chieti e nel 1929 scrive il suo primo libro, Voli nel Turbine, ma tutte le copie del libro, appena stampate furono bruciate allorché il suo primo avveduto lettore fece rimarcare, fortunatamente, al giovane Autore ed al tipografo, il contenuto pesante per quegli anni, di alcune composizioni del testo. Nell’estate del 1931, a Massafra, muore la moglie di Francesco Semeraro che, il 10 settembre dello stesso anno, corona il suo sogno sposando Annina Cacio. Il 17 ottobre successivo Cacio Angelo Nicola assume il cognome Semeraro, in quanto riconosciuto dal padre legittimo, Francesco Semeraro.
Angelo Semeraro contrasse il primo matrimonio nel 1932 nel comune di Padova con Emmelina Morucchio Di Giacomo, anche lei con la passione della scrittura. Dalla loro unione nacque l’unica figlia Fiorella. Nel 1946 la famiglia si trasferì a L’Aquila per motivi di lavoro, in quanto Angelo era funzionario all’INPS. Dopo la morte della moglie, nel 1980 Angelo contrasse nuovo matrimonio con la professoressa Chiara Sgobba di Bologna. Angelo Semeraro il 3 settembre 1992 muore all’Aquila. Come da sua volontà, viene sepolto nel cimitero di Paganica.

Nonostante abbia vissuto molti dei suoi anni all’Aquila per motivi di lavoro, Semeraro non ha mai abbandonato il suo paese per il quale aveva un amore smisurato, mantenendo un rapporto cordiale e sincero con parenti e amici. Basti pensare che negli anni ‘40, quando in Italia e quindi anche a Paganica c’era un basso indice di scolarità, egli organizzava nella sacrestia della Chiesa di S. Maria del Presepe, detta del Castello, dei corsi di alfabetizzazione del tutto gratuiti.

Semeraro ha pubblicato complessivamente oltre 30 volumi, sia in lingua che in dialetto paganichese. Dopo il già menzionato Voli nel Turbine, scritto a soli 23 anni, tra i suoi scritti in lingua più noti al pubblico citiamo: Amor mi mosse, I Giganti di Creta, Paolo e Francesca, Le promesse dell’Alba, Nomadismo, Il Canto di Marzo, La Ballata del 2000, Io e il Guerriero, Puglia Gentile e l’ultima sua opera pubblicata nel 1989, Celestino V – Un Santo allo Specchio della Storia. Per ciò che riguarda gli scritti in dialetto paganichese, ritengo che pochi come Semeraro abbiano saputo raccontare, in così ampio spettro, pregi, difetti e virtù dei Paganichesi.
Per gli scritti in dialetto citiamo: La Festa de San Giovanne, La Notte Sanda, La Bbruschetta, U Lagu de Gisù, Nu Piattucciu de Mestecanza e infine, 3 Puisie a 18 Carati, in dialetto paganichese. Nel corso della sua lunga carriera letteraria è stato insignito di numerosi premi e riconoscimenti, in concorsi di poesia in tutte le migliori piazze culturali d’Italia. Gli è stato conferito anche il prestigioso “Premio della Cultura” da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Riconoscimenti anche oltreconfine, in Germania e Francia. Molti suoi articoli in prosa, racconti di viaggi, storia e archeologia, sono stati pubblicati su giornali e riviste nazionali e internazionali.

La passione per l’archeologia
La passione di Semeraro per l’archeologia nasce dalle informazioni riportate negli scritti di Niccolò Persichetti che segnalavano, nel territorio di Paganica, il rinvenimento di alcuni reperti archeologici, trovati dai contadini durante la piantumazione di vigneti, verso la fine dell’Ottocento primi del Novecento. La vera svolta però – come lui stesso racconta in un suo articolo pubblicato dal quotidiano Il Messaggero, “Alle Falde del Gran Sasso” del 14 novembre 1936 – fu quando con un gruppo di amici penetra nella Grotta a Male nei pressi di Assergi, circa quattro secoli dopo la scoperta dell’architetto militare Francesco De Marchi. L’interessante articolo racconta passo dopo passo quell’avventura.

Come si evince da un suo appunto scritto in quell’epoca, fu proprio da quell’esperienza che il Poeta fu attratto dalla paletnologia e dall’archeologia, che divennero sue altre “muse” che l’accompagnarono fino alla morte. Nel primo Convegno Regionale di Preistoria e Archeologia, organizzato a Sulmona nel dicembre del 1972, alla presenza del Ministro Remo Gaspari e del Soprintendente Valerio Cianfarani, gli fu riconosciuto il titolo di “Precursore”, proprio in riferimento all’esplorazione di Grotta a Male, quella che sarebbe stata poi la “cava” di Rellini, Radmilli, Puglisi e Pannuti.

Semeraro, oltre ad essere stato per molto tempo Socio del Comitato Aquilano della Società Dante Alighieri e della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, è stato anche membro del Comitato Abruzzese di ricerche Preistoriche, diretto da Antonio Radmilli. La “Collezione Semeraro”, di cui ci occuperemo nel pomeriggio, è composta da centinaia di reperti archeologici, molti dei quali provenienti da siti del vasto territorio dell’ex comune di Paganica. Sono stati raccolti tra gli anni ‘30 e ’70, come rilevabile dai cartellini allegati ad ognuno di essi, purtroppo però, non tutti leggibili a causa della lunga permanenza degli stessi sotto le macerie. Molti di questi reperti, sono stati rinvenuti dai contadini durante l’operazione di “scasso”, per l’impianto dei vigneti proprio durante quegli anni.

Tra Semeraro e i contadini paganichesi si era creato un forte connubio che ha consentito che i reperti non andassero dispersi ma, cosa ancor più interessante, essendo nel cartellino d’ogni reperto riportati oltre ai dati anagrafici del contadino, l’anno e il luogo del ritrovamento, di fatto ha dato possibilità di mettere in mappa i numerosi siti nel territorio. Negli anni 60, dopo aver segnalato all’Intendenza dei Beni Culturali dell’Aquila il completo abbandono della chiesa di San Crisante e Daria in Filetto, s’impegnò affinché venissero recuperati e messi in sicurezza nel museo del Castello Spagnolo all’Aquila, gli affreschi databili inizio XIII secolo. Prima di morire, Semeraro decise di donare la “Collezione di Reperti Archeologici” e i libri della sua biblioteca, ai cittadini della X Circoscrizione.

La sua donazione, dopo essere stata analiticamente catalogata dall’architetto Enzo Vivio, venne trasferita al Palazzo Ducale di Paganica. Successivamente, a motivo dei lavori di ristrutturazione sul Palazzo Ducale, i reperti, i libri e l’archivio personale Semeraro furono sistemati all’interno dell’ex carcere mandamentale, nel centro storico di Paganica, in attesa del completamento dei lavori. Si sperava, come promesso all’Associazione Culturale il “Moro” dai Sindaci del Comune dell’Aquila, che nel tempo si erano avvicendati, che nel palazzo sarebbe stata realizzata un’area museale che oltre ai reperti archeologici accogliesse anche le sculture di Giovanni De Paulis e gli oggetti della “Civiltà Contadina”.

Tra i tanti danni causati dal terremoto del 6 aprile 2009, c’è stato anche il crollo del locale che all’ex carcere ospitava i reperti e i libri della biblioteca. Nei mesi successivi al sisma, sollecitai il recupero dei materiali, ma altre erano le emergenze del momento. Cosicché, dopo l’ennesima nevicata del gennaio del 2010, denunciai il fatto sulla stampa locale perché chi di competenza se ne facesse carico. Difatti, dopo alcuni giorni, raccolse l’appello l’architetto Corrado Marsili della Soprintendenza B.A.P. di L’Aquila, che organizzò un gruppo con a capo la dottoressa Maria Rita Rantucci e quattro giovani volontari di Legambiente. Dopo una prima giornata di recupero dei reperti, ci rendemmo conto del grosso rischio di crollo del solaio, per cui fu chiesto l’intervento dei Vigili del fuoco del SAF.

Dopo aver messo in sicurezza il locale in cui si trovavano i reperti e recuperato il materiale, d’intesa con il Presidente della X Circoscrizione, Ugo De Paulis, fu messo a disposizione del dott. Vincenzo D’Ercole quale funzionario di zona per i Beni Archeologici. Come noto, il territorio di Paganica è stato epicentro del terremoto del 6 Aprile 2009, che ha distrutto il nostro centro storico, dove da qualche mese, sono iniziati i lavori di demolizione delle abitazioni. Molti degli arnesi della così detta “Civiltà Contadina” sono andati perduti.

Per ciò che resta, a memoria dei tanti sacrifici fatti dai nostri avi, auspichiamo che chi di competenza metta a disposizione una parte del settecentesco Palazzo Ducale, dove poter conservare gli oggetti e utensili di quella civiltà millenaria. Insieme alle sculture di De Paulis e ai reperti archeologici, essi raccontano le nostre radici, anzi le profonde radici, che in un momento come questo di post terremoto, possono contribuire alla ricostruzione sociale richiamando nella comunità paganichese quel senso civico di appartenenza e potrebbero essere da sprone per quell’incognita che il futuro prossimo ci riserva.

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